La storia

La storia

Nel 2017, Pinocchio ha viaggiato per un anno, dalla Bielorussia ai territori delle varie province del Lazio, dal Festival teatrale all’Internato di Begoml fino agli studi televisivi di Gold Tv, passando per tante Comunità e Territori, volti e persone… alla ricerca dell’inclusione “possibile”… Un viaggio che si è snodato attraverso i racconti della gente comune, le testimonianze sulle esperienze di guerra, un caleidoscopio di bellezze naturali e archeologiche, le feste paesane… e di tanti luoghi altri dove si progettano e si sperimentano percorsi di inclusione sociale, culturale e lavorativa, a partire dalla specifica diversità di ciascuna persona coinvolta, non malgrado le proprie difficoltà, ma valorizzando le competenze e le capacità di ciascuno.

Nel 2018, Pinocchio ha tentato di attraversare lo specchio, a significare un andare oltre, superare e sublimare tutte le paure dovute alla diversità di lingua, pensiero e condizione; a significare la necessità di superare l’osservazione fenomenologica della realtà, per sperimentare il gusto dell’incontro, lo scambio degli sguardi e l’ascolto delle storie, lasciandosi andare nella leggerezza del viaggio all’imprevisto e alla possibilità di cambiare rotta, lì dove l’interlocutore casualmente incontrato decida di mettersi a disposizione nella propria libertà di pensiero, movimento e azione.

Ecco che, allora, il passaggio attraverso lo specchio non è un breakdown (crollo), bensì un breakthrough (squarcio), a significare la differenza tra lo sprofondamento nella notte (il breakdown della follia) e il passaggio (breakthrough), l’esplorazione dell’ignoto in sé, per l’emersione finalmente rinnovata, la neogenesi. Non schiavitù e morte esistenziale, ma liberazione e movimento.

L’annualità progettuale coincideva con i 40 anni della Legge Basaglia, che ha decretato la chiusura dei Manicomi e la de-istituzionalizzazione: ecco che allora la favola di Cipollino di Gianni Rodari è emersa anche nel Festival teatrale in Bielorussia come metafora del Potere ottuso e discriminatorio e della lotta per la libertà e l’autodeterminazione di tutte le diversità.

Nel 2019, dopo tre anni di viaggio dall’Italia alla Bielorussia, alla ricerca dell’inclusione possibile, la riflessione dei soci lavoratori bielorussi con disabilità della Cooperativa Matrioska è stata quella di non essere ancora considerati dalla Società che li circonda come dei veri adulti responsabili. Si rileva spesso ancora una sorta di paternalismo da parte della gente, che, quando li nomina, con le migliori intenzioni e in buona fede, li definisce sempre “ragazzi”. Così come quando parla degli amici rimasti in Bielorussia, tanti coetanei che la Cooperativa Matrioska segue da anni, a livello di volontariato, con un progetto di case-famiglia e di inserimento lavorativo.

In Bielorussia, così come in Italia, sono “eterni ragazzi”, talora così definiti in maniera pietistica, altre volte con una ingiustificata paura della contaminazione o del pericolo per la propria incolumità fisica, che potrebbe venire da loro.

La cosiddetta “sindrome di Peter Pan”, quella in cui si trovano molti adulti che non vogliono crescere, in questo caso è indotta da fuori. Si tratta di una condizione in cui la moderna Società relega tante persone con disagio sociale, disabilità psichica e/o intellettiva, disagio psichiatrico, povertà: si tratta di persone a cui si dà sempre del tu, anche se hanno 60 anni; si tratta di persone considerate inadeguate agli standard e alle performance richieste dalla Società attuale dei consumi; si tratta di persone considerate “sfigate” a livello intellettuale, perché troppo immerse nella poesia, nell’arte o nella musica. Sono i “ragazzi”, eternamente “ragazzi”, che si intrufolano nelle nostre vite ordinarie, ordinate, spesso senza meta, ma adeguate alle richieste della nostra Società.

Il percorso progettuale dal 2017 al 2019 ha avuto come principali finalità quello di affermare un modello di ecosistema di comunicazione sociale, che, a partire dalla ideazione e gestione di persone “fragili” inserite in cooperative sociali o altre forme di intrapresa sociale in rete, utilizzando tecniche e strumenti di animazione interculturale e mezzi di comunicazione di massa/nuove tecnologie (cinema, audiovisivo, televisione e Internet), proponga un’organizzazione della comunicazione a partire dal basso.

Il progetto – nel suo complesso – ha cercato di promuovere una nuova cultura della disabilità e della diversità, che non consideri la disabilità (e la differenza) solo come mancanza o privazione, ma piuttosto come condizione che spinge l’individuo a superare la limitazione e le barriere, sviluppando le proprie risorse, dando quindi pari opportunità di partecipazione a ciascuna persona umana.

Inaspettatamente, nell’ultima parte del percorso annuale 2019, si sono imposte all’attenzione del team di progetto le storie delle donne moldave immigrate in Italia. Ne sono nati dei profondi videoracconti di vita – in parte presente anche nel film-documentario finale – in cui emergono i viaggi, i sogni, i dolori, i traumi e i progetti sul futuro di giovani donne dell’Est, che spesso hanno subito (e subiscono ancora) in silenzio le regole imposte da una Società a matrice prevalentemente maschile, che talora può arrivare anche al sopruso verbale e all’abuso fisico.

Nel 2018, fu Amnesty International a realizzare un video su “La bella addormentata nel bosco”, per veicolare la sensibilizzazione dei giovani contro la violenza sessuale sulle donne.

Storie simili nella loro drammaticità sono emerse anche nei viaggi negli Internati bielorussi e nella vita dei villaggi, una sorta di “mondo sospeso”, talora introiettato dalle stesse donne come status, in cui ad una apparente libertà sessuale concessa alla donna corrisponde la richiesta di adeguamento costante a standard maschili e di esercizio di potere nei riguardi di chi è più debole e fragile.